giovedì 27 settembre 2007

mixxxx

Le mie calzette rosse e l’innocenza. Fiori rosa fiori di pesco.
C’eri tu.
Se telefonando io mi facessi i cazzi miei?
Frode e guerre sono solo canzonette ma pur sempre parole d’amore.
Domani sarà un giorno migliore non posso mica citare anche i ricchi e poveri?
Le devo sapere tutte e ricordarmi le minchiate che sto scrivendo.
Santo Natale arriverà mai in tempo?
Lo so che Luca si buca ancora ma sai la differenza?
Di una sana passione che brucia ma non consuma
da cui bevi e che non ti beve il cervello?
Cervello spento spegni non pensare adesso siediti
figli di una pietra senza nome dura come il marmo.
La notte prima degli esami dovevo fare ragioneria dare-avere
tieniti la sabbia
non si possono contare i granellini
inizio dalla fine siamo in tanti shock sciocchezze
do it better forse next time.

Emigrante

Emigrante??
Si grazie

Fuje fuje…curre…curre!
Via via via di qua!

E come dentro a un bel film le nostre vite scorrono lente e lontane. Nessuno mi ha costretto.
Potevo scegliere altre strade. Lo so.
La commessa. La barista. La cassiera.
Nasci in provincia e come un marchio porti addosso la smania di uscire fuori. Chi mi porta in città.. chi mi fa vedere il mare..
Nella pelle, sotto la pelle, scorre veloce il seme della libertà. Le opportunità il fermento i rumori la gente…in città sarei stata un’altra. Ma forse sarei stata un povera scema che aveva tutto e non lo sapeva apprezzare. E invece nasco furba come una faina per arrancare quei pochi chilometri al giorno, per arraffare il diritto di precedenza su quattro ruote che mi portavano mmiez ò burdell. Cosa mi sto perdendo? Dicevo. Chissà cosa stanno facendo gli altri? Cosa fa il mondooooo!!!!
Poi anni di apparente tranquillità. Hai gli amici hai il ragazzo. Tu e lui il centro aggregante di una tranquilla vita a 13 kilometri dalla vita. Case chitarra birra vino cene pizze caffè vacanze ancora caffè pizza birra chitarra musica gente storie storie storie….neanche il tempo di capire di essere di fare che bohm! Già non ci sei più. Non sei più la stessa. Cambio cambio cambio di mentalità. Datemi un’altra identità. E adesso torno e da quando non ci sono più niente è come prima. Ciro è andato a lavorare fuori. Per anni si è spaccato la schiena. Adesso ha una famiglia. Un altro figlio in arrivo. Si perderà tutta la gravidanza. E gli occhi belli della moglie. Luca è a Milano. Il suo talento le sue canzoni colonna sonora della nostra amicizia e anni di conservatorio e tanta voglia di capirsi…tutto congelato in una fredda aula di master piena di gente che con lui non c’entra un cazzo. Giacomo ha sempre avuto il lavoro nel suo DNA a 30 anni ancora studia a stento e controvoglia ma se è fortunato e entra in graduatoria è la svolta.. ma non si sa dove andrà.
Antimo è in polizia perché è l’unica via d’uscita da un quartiere chiamato terzo mondo…”Annali…qua mi chiamano il napoletano triste”.
Dario ha messo la firma, attende con pazienza la prossima missione. Ma al bancone di quello che una volta era il nostro “covo” davanti alla nostra extra gold i suoi occhi mi dicono che niente sarà più come prima. Luigi non riesce a laurearsi. Ci prova, apre un locale, l’avremmo aperto insieme. Chissà se “i malamenti” lo faranno stare tranquillo con quello che gli passa ogni mese. Lotta chi resta. Lotta chi se ne va. Mi sento meno sola. Ma siamo tante anime sparse che volevano andare via ma ogni volta fanno tardi alla stazione e perdono il treno.
“Forse forse non ce ne vogliamo tanto andare”.







popolo, alzate la testa. Napoli muore!

martedì 25 settembre 2007

UNOMINI ADDOSSO

Quattro mesi in astinenza da sesso. Si poteva dire che ne ero fuori. Per le sigarette dicono che tre mesi e sei fuori dalla dipendenza fisica. Resta quella mentale. Per le storiacce d’amore “almeno due mesi senza senirvi” e puoi dirti una donna/uomo libero. Per il sesso? Quando ti liberi dalla morbida voglia di stringere le tue gambe alla vita di un uomo e lasciarti condurre nella danza della vita?
Quattro mesi erano tanti per me. Molte persone per fortuna mi avrebbero riso in faccia. Molte altre, forse di più, avrebbero fatto battute tipo “e ora? Come farai con le ragnatele?” “il primo che ti capita lo rovini!” e cose del genere, che in tutta sincerità ero io stessa a dire, avevo il dono dell’anticipazione. Come se, nell’immaginario collettivo odierno quella fosse stata una bocca. E se tu con la bocca mangi e bevi tutti i giorni se no muori, anche da lì dovevi preoccuparti che entrasse il necessario alla sopravvivenza quotidiana, al tuo sostentamento. Ti alimenti, niente di più. Beh, io non la pensavo esattamente così,, ma non ho mai avuto fino in fondo il coraggio delle mie idee. Saper aspettare, attendere la realizzazione di un desiderio, sentir crescere dentro di sè la voglia, giocare al gioco della pudicizia o più semplicemente ascoltare i ritmi del proprio corpo, rispettandone tempi e volontà, fino a che tutti i sensi e tutti i sensori sono allertati e pronti a sciogliersi in caldi abbracci di braccia e di gambe…
E dilatare il tempo dell’attesa avrebbe concesso alla mia mente di creare un distacco tra me e quello che stava succedendo, avrei maturato una scelta, piena di significato. Non avrei avuto tutti i dubbi e le paranoie che hai quando vai a letto con una persona conosciuta se ti va bene la sera prima, se ti va ancora meglio due ore prima. Quali paranoie? Dai non stiamo qui a ripetere quello che tutte le donne pensano: “adesso penserà che sono una troia”, “chissà se domani si farà sentire con un messaggino”, “se mi vuole rivedere sarà solo per scopare”, “avrà sentito che mi stanno ricrescendo i peli sulle gambe?”, “ma come si è permesso di dire che mi voleva venire sulla faccia?”, “ho fatto bene a dire di no, sarei passata per una puttana”.
E giù di seguito, a dare la colpa di gesti fatti e non fatti, mancanze e “osanze” (nel senso di cose osate) a una persona sconosciuta. SCONOSCIUTA. Che per caso una sera ha avuto il piacere di entrare net tuo mondo incantato per uscirne subito dopo, lasciando forse qualche piccola ferita. E un po’ di bruciore vaginale.

IL MIO BRACCIO SINISTRO

Un otite
Il dente dl giudizio
Una cattiva occlusione dei denti
Una postura scorretta
Il ginocchio valgo
La sciatica
La paresi facciale avuta da piccola
I primi sintomi di un tumore

Sono solo alcune delle possibili, potenziali, ipotizzate, sartate cause del mio dolore ballerino che ama volteggiare allegro e felice lungo tutto il lato sinistro del mio corpo.

Il pearcing all’orecchio
Il pearcing al naso
Le ovaie difettose
Il setto nasale deviato

Di deviato avevo solo il cervello, di sicuro, se ero arrivata a credere che un pearcing al naso potesse catalizzare le energie magnetiche del corpo e sconvolgere il normale equilibrio-distribuzione delle forze positive del mio organismo.
Toccavo un punto sotto la pianta del piede e gridavo al miracolo perché quella pressione provocava una piacevole sensazione di respiro libero.
Era tanto che non respiravo più bene. Più o meno da quando mi ero accorta di essere dotata di queste funzioni: INSPIRA, ESPIRA.
L’atto di consapevolezza di questi due gesti semplici, INSPIRA, ESPIRA, è una di quelle conquiste che non avrei mai voluto fare. Rimpiango come si fa come il pane quando muori di fame quella ignara, automatica e naturale attitudine a prendere e cacciare fuori l’aria. Il pensiero allora era concentrato sulle cose che facevi mentre respiravi. Poi a un certo punto il pensiero si concentra sul respiro e non riesci più a fare quello che facevi prima. Il pensiero è concentrato sul respiro, mentre fingi di fare delle cose per ostentare una normalità che non ti appartiene. E il risultato è una serie di “uff” e di tiratine col naso, come se avessi una caccola in perenne sospensione e rischio caduta. Invece speri solo di non dare nell’occhio.quello che vorresti fare è urlare, e buttare fuori tutta l’aria del mondo. Se un giorno dovessero privatizzare l’aria, e non me ne meraviglierei, sarei milionaria: venderei aria compressa a prezzi competitivi.
Il circolo dell’aria era una cosa tanto complessa per me quanto, non so, la rotazione della terra su sé stessa e intorno al sole.
Anche il mio asse era inclinato. Tendeva a sinistra.

LA PENNA TIMIDA


Fogli perfettamente allineati. In realtà no, la parola “perfettamente” non si addice affatto all’attuale conformazione dei fogli su cui sto scrivendo, così come altrettanto lontana dal concetto di perfezione è la mia calligrafia disordinata. Penso già alla fatica che farò nel ribattere tutto a computer, le parole fileranno liscie come l’olio, dando l’impressione di essere venute fuori così, ordinate, in fila indiana, in stile quasi militare: avanti una “a”, pa..pa..tac..le virgolette al loro posto. Non si vedranno più le onde sinuose tremolanti, l’elettroshoc che la mia mano compie per tracciarle, la distanza arbitrale tra le righe, i tendini contratti per voler trattenere la penna sul foglio, ancora per un po’. Uno dei momenti più frustranti della mia vita si compie ogni volta che dev firmare un documento, la bolla di un pacco postale, gli scontrini della carta di credito. Possono essere passati degli anni prima che quel pacco giunga a me, giri e rigiri intorno al pianeta terra, per la nota inefficienza degli uffici postali; quello scontrino può averci messo un quarto d’ora per uscire dal terminale, formando una fila spaventosa e imbarazzante alla cassa del supermercato; ma niente sembra quel tempo a confronto dei secondi che impiego a firmare, a scrivere il mio nome: Anna Lisa Di Maro. Viene fuori una linea verso la fine, tanto che risultano leggibili solo le prime tre lettere. Quasi a voler significare: so dove comincio ma non so dove vado a finire, oppure non ve lo voglio dire. E che ci sia qualcuno che in quel momento tiene gli occhi puntati sulla mia penna e aspetta che finisca, questo si che è snervante. Manco mi vergognassi del mio cognome, che ne so, se mio padre si fosse chiamato Evangelista TROIA. Scusate, ma in quel caso avrei avuto dei buoni motivi per tracciare solo una linea del mio cognome così descrittivo. E trascrivendo a computer queste cazzate (se mai lo farò) neanche si vedrà che la mia calligrafia è sempre più simile a quella di mia madre, che io osservavo con stupore e ammirazione nei pomeriggi passati a lavoro da lei. Una di quelle calligrafie, la sua, che riporta tutto il valore di una scuola elementare fatta bene, come Dio comanda, con le asticelle, bacchette, tondini e puntini tutti al posto giusto. L’unica, come dire, licenza poetica che si concedeva era un’accurata e accanita realizzazione del punto finale. Chiamarlo punto è un’offesa. Si trattava di un trattino lungo lungo e alla fine di ogni frase, paragrafo, pensiero, tratteneva le penna su quel punto-trattino fin quasi a bucare il foglio. Era la chiusa, il sigillo, il passaggio da uno stato all’altro dei suoi pensieri. E dei miei.