
Fogli perfettamente allineati. In realtà no, la parola “perfettamente” non si addice affatto all’attuale conformazione dei fogli su cui sto scrivendo, così come altrettanto lontana dal concetto di perfezione è la mia calligrafia disordinata. Penso già alla fatica che farò nel ribattere tutto a computer, le parole fileranno liscie come l’olio, dando l’impressione di essere venute fuori così, ordinate, in fila indiana, in stile quasi militare: avanti una “a”, pa..pa..tac..le virgolette al loro posto. Non si vedranno più le onde sinuose tremolanti, l’elettroshoc che la mia mano compie per tracciarle, la distanza arbitrale tra le righe, i tendini contratti per voler trattenere la penna sul foglio, ancora per un po’. Uno dei momenti più frustranti della mia vita si compie ogni volta che dev firmare un documento, la bolla di un pacco postale, gli scontrini della carta di credito. Possono essere passati degli anni prima che quel pacco giunga a me, giri e rigiri intorno al pianeta terra, per la nota inefficienza degli uffici postali; quello scontrino può averci messo un quarto d’ora per uscire dal terminale, formando una fila spaventosa e imbarazzante alla cassa del supermercato; ma niente sembra quel tempo a confronto dei secondi che impiego a firmare, a scrivere il mio nome: Anna Lisa Di Maro. Viene fuori una linea verso la fine, tanto che risultano leggibili solo le prime tre lettere. Quasi a voler significare: so dove comincio ma non so dove vado a finire, oppure non ve lo voglio dire. E che ci sia qualcuno che in quel momento tiene gli occhi puntati sulla mia penna e aspetta che finisca, questo si che è snervante. Manco mi vergognassi del mio cognome, che ne so, se mio padre si fosse chiamato Evangelista TROIA. Scusate, ma in quel caso avrei avuto dei buoni motivi per tracciare solo una linea del mio cognome così descrittivo. E trascrivendo a computer queste cazzate (se mai lo farò) neanche si vedrà che la mia calligrafia è sempre più simile a quella di mia madre, che io osservavo con stupore e ammirazione nei pomeriggi passati a lavoro da lei. Una di quelle calligrafie, la sua, che riporta tutto il valore di una scuola elementare fatta bene, come Dio comanda, con le asticelle, bacchette, tondini e puntini tutti al posto giusto. L’unica, come dire, licenza poetica che si concedeva era un’accurata e accanita realizzazione del punto finale. Chiamarlo punto è un’offesa. Si trattava di un trattino lungo lungo e alla fine di ogni frase, paragrafo, pensiero, tratteneva le penna su quel punto-trattino fin quasi a bucare il foglio. Era la chiusa, il sigillo, il passaggio da uno stato all’altro dei suoi pensieri. E dei miei.
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